Ancora un urlo strozzato in gola, una punta di rammarico, la sensazione di aver provato il solito brivido sul rettilineo finale. Uno scatto bruciante a superare l’avversario negli ultimi trecento metri, il traguardo che inizia a intravedersi, l’adrenalina che sale. Poi qualcosa blocca le gambe, obbligandole a ridurre la falcata, l’ansia sale e la vittoria sfuma. E’ la storia del Benevento versione ‘Ciro Vigorito’, che ha subìto tre rimonte nelle ultime tre gare buttando all’aria la bellezza di sei punti. Dopo Vicenza e Catanzaro è toccato all’Avellino, al termine di un derby “all’acqua pazza”, prendersi un punto prezioso e ringraziare la Strega per l’ospitalità.
Sotto il diluvio è andato in scena un confronto senza esclusione di colpi, degno di una gara sentita e di grande tradizione come quella tra giallorossi e biancoverdi. Tanto agonismo, sguardi feroci, proteste vibranti ma soprattutto capovolgimenti di fronte improvvisi legati al valore delle due rose, sostanzialmente equivalente. Ai punti l’avrebbe spuntata sicuramente la Strega, ma sappiamo bene che il calcio vive di momenti ed episodi. Le prestazioni individuali di Kouan, Cherubini e Beruatto, al pari di quella del solito Siatounis (al suo quarto centro in B), a inizio ripresa avevano alimentato nei tifosi sanniti l’illusione di un predominio schiacciante. Il problema di una Strega sempre bella a vedersi per almeno 70 minuti, è però insito proprio nei passaggi a vuoto. Pur avendo chiuso in crescendo, anche stavolta il Benevento si è concesso un blackout ingiustificabile, aprendo agli avversari un varco di cinque o sei minuti risultato letale.
Si può discutere, e tanto, della sfortunata quanto casuale deviazione di Cheddira che ha beffato Vannucchi, ma l’azione del pareggio è nata da un ormai fisiologico abbassamento del baricentro dopo il vantaggio, nonché da una respinta timida di Saio, che ha ricordato non poco il rinvio balbettante di Scognamillo contro il Catanzaro. Un peccato, perché la linea difensiva anche contro gli irpini fino a quel momento era stata inappuntabile sia per il lavoro dei due centrali che per quello dei due esterni, Beruatto e Romano, autori di una sfida di corsa in avanti e al tempo stesso di grandissimo sacrificio in ripiegamento.
Ragionando per reparti, ciò che sta mancando alla Strega è più che altro la concretezza offensiva. Bene la predisposizione al lavoro sporco di Salvemini, ma l’impressione è che, in dosi eccessive, non lo renda in grado di avere la giusta lucidità in zona gol. Una nota confortante arriva dall’impiego di Tumminello, al rientro dopo sei partite di assenza. Non ha fatto fatica a entrare in partita, prendendosi le sue responsabilità e dando anche l’idea di poter far male nel quarto d’ora concessogli da Floro Flores.
Una potenziale buona notizia, perché ai giallorossi sta mancando soprattutto qualcuno che valorizzi al massimo il grande lavoro di un esplosivo Okereke e di un Cherubini a tratti imprendibile, sempre più preferito a Lamesta. L’esterno di Venaria Reale, risorsa di platino a gara in corso, deve tuttavia ritrovare la sana arroganza tecnica che lo aveva esaltato nella passata stagione. Nell’ultima azione, quella culminata con le proteste di Verdi per un presunto calcio di rigore ai suoi danni, avrebbe forse potuto provare a monte il sinistro da fuori, specialità della casa. Non se l’è sentita, e non gliene si può certo fare una colpa, ma il tentennamento può essere letto come sintomo di una fiducia da ritrovare.
E Floro Flores? Il bicchiere continua ad essere mezzo pieno: la squadra gira bene, la zona retrocessione è lontana, ma la classifica si sta accorciando. In ottica salvezza arriverà il momento (o forse è già arrivato?) in cui la zampata da tre punti, quella del bomber d’area, risulterà ancora più imprescindibile. Gli uomini ci sono, va trovata una soluzione efficace: sostituire la speranza con il rimpianto sarebbe una follia.
Francesco Carluccio


