Serie C, le criticità del salary cap e perché (per ora) non condizionerà le strategie del Benevento

L'equilibrio competitivo è uno degli obiettivi, ma si rischia di scatenare l'effetto opposto: la fase pilota sarà decisiva per valutare l'impatto della nuova normativa

La Serie C prova a cambiare rotta e il Benevento dovrà adeguarsi. Ma fino a un certo punto. E’ notizia della settimana scorsa l’introduzione del salary cap, dapprima in forma sperimentale per la prossima stagione, poi in via definitiva per il campionato 2026/27, ovviamente se nel frattempo la fase pilota non avrà fatto emergere criticità.

E non è detto che ciò non accada, perché pur in assenza di una norma chiara, si possono già individuare quali sono i paletti che la Lega Pro vuole imporre e, di conseguenza, quali i possibili punti di perplessità. Partiamo innanzitutto col dire cosa prevede la misura votata in assemblea dai rappresentanti delle 55 società di terza serie (escluse le seconde squadre e Turris e Taranto, estromesse dal campionato a stagione in corso). Quello introdotto è un salary cap relativo, basato sul rapporto tra gli ingaggi e il valore della produzione (ossia il fatturato): ciascun club affiliato alla Lega Pro non potrà spendere più del 55% del suddetto rapporto. Questo dovrebbe garantire equilibrio competitivo e sostenibilità. In realtà, però, si potrebbe ottenere l’effetto contrario a quello auspicato. Innanzitutto, in questo modo verrebbero favorite ulteriormente i club che rappresentano le grandi piazze, per i quali – almeno in teoria – aumentare i propri margini di manovra potrebbe essere più semplice, se non altro perché maggiori sono le possibilità di alzare i ricavi (e quindi di aumentare il tetto ingaggi), aumentando gli incassi da botteghino e sponsor.

Ma non è tutto. Nel conteggio non entreranno i contratti in essere, ma solo quelli sottoscritti dopo il primo luglio 2025. E questa per le cosiddette big come il Benevento è senz’altro una buona notizia, visto che il club giallorosso per la stagione da poco andata in archivio aveva un monte salariale che sfiorava i 10 milioni di euro (lordi, compresi bonus e incentivi all’esodo riconosciuti ai tesserati). Già questo, dovrebbe garantire un vantaggio competitivo al sodalizio di via Santa Colomba.

C’è di più, perché i rapporti di forza economica rischiano di rimanere invariati per il semplice fatto che è stato imposto un tetto massimo, ma non un tetto minimo: come si pretende, in questo modo, di ridurre le distanze tra chi ha un monte ingaggi come il Benevento e chi invece ha un payroll da 900mila euro, come il Messina di questa stagione? Con le limitazioni alla spesa, il rischio è quello di ottenere un effetto recessivo più vicino all’austerity che al salary cap, con inevitabili riverberi sul campionato e sulla qualità dello spettacolo che pure la Lega assicura di non voler penalizzare.

C’è poi la questione delle sanzioni, perché il metodo adottato sembra avere maglie troppo larghe. Almeno per il momento, chi non si adeguerà non andrà incontro a penalizzazioni né tantomeno avrà problemi con l’iscrizione al campionato. Sono previste multe per i club che sforeranno i parametri, che andranno a rimpinguare il fondo destinato a finanziare l’attività dei settori giovanili di quei club in linea con i paletti della riforma Zola. Dunque, nessuna conseguenza pesante sull’esito del campionato e nemmeno sul mercato, visto che non è previsto alcun blocco delle operazioni in entrata per chi non rientra nei parametri. Insomma, la buona volontà della Lega è sicuramente apprezzabile, ma l’impressione è che ci sia ancora molta strada da fare.

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